Gli autonomisti siciliani 

«La Sicilia può fare assegnamento sul ministero onde promuovere l'adozione d'un sistema di larghissimo discentramento amministrativo. Abbiamo introdotto il sistema delle Regioni, sta al Parlamento il fecondarlo». È il 1860. Parla Camillo Benso conte di Cavour.
Quello della "questione siciliana" era un tema al quale molti protagonisti del processo di costruzione dello Stato italiano riconoscevano un'indiscutibile dignità, senza liquidarlo frettolosamente come indipendentista o separatista, ma inserendolo nel serio dibattito che esordiva con l'adozione della costituzione nel 1812 e che aveva visto confrontarsi, tra il 1848 e il 1860 autorevoli intellettuali siciliani come Francesco Paolo Perez, Michele Amari, Francesco Ferrara, Vito D'Ondes Reggio, Gioacchino Ventura e Salvatore Vigo.

 

 

 

 

 

 

Se nella prima metà del XIX secolo le istanze autonomiste siciliane coincidevano con l'espressione di un mero antinapoletanismo, dopo il fallimento della rivoluzione del 1848, che con lo Statuto fondamentale del Regno di Sicilia aveva proclamato l'isola Stato indipendente, si cominciò a collocarle all'interno di un ragionamento più ampio e politicamente maturo, che guardava con favore all'idea di una federazione di Stati liberi, sposando la causa della nazione italiana. Nel complesso si trattava di istanze di decentramento politico di matrice romantico-nazionale, che si opponevano all'accentramento di impronta napoleonica recepito dalla monarchia borbonica nel 1816. Diverse erano le prospettive da cui si guardava alle potenzialità della governance locale, opzione amministrativa che convinceva sia i moderati che i democratici.
Si ispiravano al neoguelfismo di Vincenzo Gioberti i moderati cattolici Ferrara, D'Ondes Reggio e Gioacchino Ventura. Il primo, che era un economista, conciliava l'auspicio di una federazione degli Stati italiani con la libertà di commercio, in una valutazione decisamente positiva dei modelli della Confederazione elvetica, ma soprattutto degli Stati Uniti d'America. Il secondo arricchiva le tesi federaliste con il principio di sussidiarietà proprio della dottrina sociale cristiana, che mirava a sviluppare e favorire la maggiore espressione possibile di autogoverno della società, all'interno di regole generali fondate sul diritto naturale e sul senso comune. Il terzo infine si faceva paladino di un federalismo con un'anima solidaristica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alle tesi di Carlo Cattaneo guardavano invece molti democratici, persino mazziniani: il principio unitario non veniva infatti compromesso da un'organizzazione regionale ed autonomistica dello Stato. Accoglievano questa tesi ad esempio i collaboratori del quotidiano palermitano l'Arlecchino o Francesco Paolo Perez, che per primo collegò l'obiettivo dell'autonomia siciliana alla necessità di dividere l'intera penisola in libere Regioni, per il rispetto delle necessità, che passati diversi avevano imposto alle molteplici unità territoriali in cui andava divisa la penisola. Il caso della Sicilia era l'esempio eclatante utile a comprendere il pensiero di figure come Perez, che scriveva «La Sicilia si troverebbe assai male rappresentata in mezzo alla civiltà italiana se, ne' rami in cui il dominio borbonico l'ha lasciata tanto indietro, come sono la pubblica Istruzione ed i Lavori di pubblica utilità, non potesse determinarsi a sacrifizi straordinari e solleciti, e non potesse largamente eccedere quella quota che un Parlamento generale sappia loro assegnare, stendendo il suo sguardo su i bisogni medi di tutto il regno, e non potendo arrestarsi avanti a considerazioni di interesse puramente locale».

 

 

 

 

 

 

E nel biennio 1860-61 parve che il Consiglio straordinario di Stato, istituito dal prodittatore Antonio Mordini il 18 ottobre 1860, e la Commissione temporanea di legislazione presso il Consiglio di Stato, che avrebbe prodotto le note del ministro Luigi Carlo Farini e di Marco Minghetti, considerassero plausibile l'articolazione regionale dello Stato italiano.
Ma la sensibilità al rispetto delle peculiarità e delle tradizioni siciliane non durò a lungo. Come scrisse nel 1874 Giuseppe Perez, fratello del più noto Francesco Paolo, ad un altro illustre autonomista, Salvatore Vigo: «Accettata dal primo parlamento (e come no!) l'annessione della Sicilia, e cessata la Dittatura, il conte Cavour richiamò la luogotenenza , come pegno del sistema regionale, ch'ei già formolava. Ma non appena mancato il grand'uomo al governo d'Italia i suoi insipienti successori, secondati e forse anche incitati da un ministro siciliano, si affrettarono ad abolire quell'antico potere si utile al governo centrale ed all'isola. D'allora in poi la casta privilegiata dei ministri che con alterna vicenda si sono disputati, e tutt'ora si disputano il potere, dato fiato alle trombe, inaugurarono quel sistema di fusione e di accentramento di poteri che ha ridotto questa misera Italia allo stato lacrimevole in cui la veggiamo.»

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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EMERICO AMARI
EMERICO AMARI
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MICHELE AMARI
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CARLO CATTANEO
CARLO CATTANEO
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VITO D'ONDES REGGIO
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FRANCESCO FERRARA
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GIUSEPPE LA FARINA
GIUSEPPE LA FARINA
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FRANCESCO PAOLO PEREZ
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RUGGERO SETTIMO
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GIOACCHINO VENTURA
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SALVATORE VIGO
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