Dossier

Risorgimento conteso

 

Indice 

TESTO ESPERTO PER DOCENTI

Introduzione 

A. Il successo e il letto di spine

B. Veri problemi e false realtà

C. Testo per studenti 

D. Dossier di documenti 


 

Scarica il PDF

pdf-flat.png

RISORGIMENTO CONTESO.
GLI STEREOTIPI SULL'UNIFICAZIONE ITALIANA

di Alessia Facineroso  

Maggio 2019 I Dossier 

TESTO ESPERTO PER DOCENTI, CON BIBLIOGRAFIA  

 

Introduzione

Affrontare il problema – delicato, e quanto mai stringente – del rapporto Nord/Sud da una prospettiva italiana significa, in primo luogo, fare i conti con i dibattiti – scientifici e non – legati ai temi del Risorgimento, dell’unificazione, dell’incontro tra la parte settentrionale e quella meridionale del Paese sin dal 1860.

Si tratta di una “questione” particolarmente importante per almeno due ordini di ragioni: per un verso, il processo di fondazione dell’Italia e le vicende politiche, economiche e culturali ad esso connesse sono argomenti straordinariamente attuali (affrontati dalla didattica scolastica e universitaria ma anche dai mass-media, soprattutto a partire dalle celebrazioni sul centocinquantesimo anniversario dell’Unità); per un altro verso, perché tali argomenti rappresentano ancora oggi un terreno aperto di confronto e di riflessione, oltre che di polemica: temi controversi e non lineari che – proprio in forza di questa loro complessità – diventano facilmente oggetto di luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi, letture distorte e semplificate, capaci di esercitare un singolare appeal sull’opinione pubblica in generale, e sugli studenti in particolare.

È innegabile infatti che molto spesso il web, la televisione, la stampa e i social-network finiscano per diventare canali di conoscenza “alternativi” ai libri di testo e agli approfondimenti scientifici: essi sono in grado di raggiungere un’attenzione di massa in modo immediato e privo di filtri, veicolando interpretazioni “sensazionalistiche” e di grande impatto emotivo – ancorché fuorvianti – che con facilità si imprimono nelle menti delle giovani generazioni. Va aggiunto, inoltre, il ruolo giocato da opuscoli e instant-book che, pur senza essere basati su una seria ricerca scientifica, a diverso titolo e in diversa misura (ma sempre con un discreto successo di pubblico) propongono una revisione storica ostile al Risorgimento, ricca di affermazioni ad effetto e di toni indignati sui suoi «effetti perversi».

In questo modo, ai docenti di Storia si pone una duplice sfida: da un lato, naturalmente, quella di scardinare e ribaltare i falsi miti e le “credenze collettive” che permeano le riflessioni sul Risorgimento; dall’altro, quella di proporre agli studenti letture aggiornate e il più possibile esaustive di questo argomento, fornendo loro gli strumenti conoscitivi ed interpretativi che li mettano in condizione di distinguere il cosiddetto “uso pubblico della storia” (orientato a rivisitazioni estreme, a “controstorie” e a sterili revisionismi) dal dibattito storiografico più attuale, un dibattito che non ignora le complesse dinamiche del processo di unificazione, ma che le inserisce in una riflessione seria e ponderata, finalizzata non a revocare in dubbio la legittimità dell’Unità nazionale, ma ad approfondirne piuttosto gli indiscussi limiti e vizi d’origine tanto quanto i successi e i risultati ottenuti.

Da questa sfida discendono due conseguenze:

  1. La necessità, per gli insegnanti, di affrontare in aula le tematiche risorgimentali in chiave sia storica che storiografica, ovvero ricostruendo le lunghe radici delle querelle sull’unificazione, collegandole alle riflessioni e alle polemiche attuali, fornendo infine una rassegna critica e aggiornata non soltanto dei fatti, ma anche delle loro interpretazioni più rilevanti;

  2. La necessità di affrontare una seria disamina degli stereotipi più persistenti, accettando di discuterne in aula (ignorarli sarebbe infatti un approccio errato, oltre che inutile, dal momento che essi – come si è detto – sono molto diffusi e in grado di suscitare interesse ed attenzione) e aiutando gli studenti a destrutturarli sulla base di un serio confronto con la storiografia sull’argomento.

Questo studio di caso è stato realizzato proprio per rispondere alle esigenze appena enunciate. Esso si compone di diverse parti:

  1. Una “rilettura” aggiornata sui temi in questione, utilizzabile come spunto per una riflessione didattica sulle tematiche risorgimentali e, in particolare, sui rapporti tra il Nord e il Sud dell’Italia sin dalla vigilia del 1860;

  2. Una rassegna dei principali stereotipi, e una riflessione sulle ragioni della loro crescente diffusione;

  3. Una bibliografia sugli argomenti trattati;

  4. Un testo per studenti;

  5. Un dossier di documenti e una serie di attività didattiche ad essi correlate – da svolgersi con la guida dall'insegnante – che possano aiutare gli studenti a riconoscere le interpretazioni distorte, a destrutturarle, a rielaborare le proprie conoscenze dando vita ad una lettura critica e consapevole del tema.

Battle_of_Milazzo_modificato.jpg
2C-Pannello-dipinto-da-Onofrio-e-Minico-

 

A. IL SUCCESSO E IL LETTO DI SPINE
«L’Italia nasce su un letto di spine». Così ha scritto lo storico Paolo Macry nel suo volume Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo assieme i pezzi (Bologna, Il Mulino, 2012), aggiungendo subito dopo: «L’Italia è un paese di successo: […] può sembrare irriverente, ma è quel che balza agli occhi, considerando i suoi centocinquant’anni di storia».
Attraverso queste affermazioni suggestive lo studioso ha inteso sottoporre ad una lettura critica – e straordinariamente significativa – i temi risorgimentali, smentendo in un solo colpo due letture opposte, ma ugualmente semplicistiche e fuorvianti: da una parte, quella “agiografica” di un’unificazione vista esclusivamente come “festa patriottica”, come momento di transizione istituzionale del tutto indolore, privo di conflitti, di limiti, di sviste e di lacune; dall’altro, quella revisionista che legge il Risorgimento come guerra di conquista, e che da questo assunto giunge addirittura a mettere in discussione la legittimità del processo unitario, esaltandone esclusivamente i momenti meno nobili. Il volume si inserisce nel solco di una nutrita corrente storiografica (di cui fanno parte, come vedremo, storici del calibro di Giuseppe Barone, Salvatore Lupo, Marco Meriggi e molti altri) che – a partire da una spiccata sensibilità per la storia del Mezzogiorno, e in seguito alle suggestioni e alle polemiche evocate dalle celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità – ha accettato di tornare a interrogarsi, in modo lucido e privo di pregiudizi, sull’unificazione e sulle sue conseguenze. Ciò che emerge da questo tipo di studi è, in primo luogo, la consapevolezza di come, una volta varcata la soglia del Meridione, il Risorgimento diventi in effetti un processo complicato, caratterizzato da vicende contrastanti, da numerosi conflitti, da un incontro Nord/Sud molto meno pacifico di come non si sia generalmente ritenuto. 
Almeno sin dalla drammatica conclusione della rivoluzione del 1848, del resto, queste due realtà territoriali sono protagoniste di vicende diverse, che le portano a elaborare in modo differente le proprie istanze politiche e la loro stessa idea di unificazione.

 

 

 

 

 

 

 


A Nord, le sconfitte militari subite per mano austriaca nella I guerra d’indipendenza (1848-49), il fallimento dei moti rivoluzionari e la repressione poliziesca che ne deriva si affiancano all’emergere di uno Stato, il Regno di Sardegna, in cui lo Statuto liberale concesso da Carlo Alberto non viene revocato, e in cui si svolge una regolare vita parlamentare basata su elezioni libere (anche se basate sul suffragio censitario). Queste caratteristiche permettono al Piemonte di candidarsi ad assumere la leadership l’unificazione del Paese, soprattutto in seguito all’ascesa di Cavour come capo del governo (1852). Aristocratico ed esponente di punta del liberalismo moderato, il Primo Ministro si rende protagonista di una profonda modernizzazione dello Stato, declinata in diverse prospettive: 1) da un punto di vista economico, attraverso il finanziamento delle infrastrutture (ponti, strade, ferrovie) e l’abbandono del protezionismo in favore di una più salda integrazione commerciale con Francia e Gran Bretagna; 2) da un punto di vista diplomatico, attraverso il rilancio del ruolo internazionale del Piemonte e la partecipazione alla guerra di Crimea (1854), poco rilevante per le sorti militari del conflitto, ma utile per porre l’attenzione dell’Europa sul problema dell’indipendenza italiana e dello strapotere austriaco sulla penisola; 3) sotto il profilo più strettamente politico, attraverso la laicizzazione delle istituzioni pubbliche (Leggi Siccardi) e grazie soprattutto ad un fitto dialogo con buona parte degli esuli italiani e di quanti sostengono gli ideali di indipendenza nazionale, per i quali Cavour – e il Piemonte, che accetta sovente di concedere loro asilo e protezione – diventano ineludibili punti di riferimento. 
Diversa, invece, la situazione dell’altra grande compagine preunitaria, il Regno delle Due Sicilie, lo Stato più esteso e più popoloso della penisola, per il quale la restaurazione viene ad assumere i tratti di un vero e proprio “spartiacque” che ne accentua le contraddizioni interne. Per un verso – come le più recenti ricerche storiografiche hanno ampiamente dimostrato – il Regno presenta degli indubbi tratti di modernità: 1) in primo luogo, la riforma amministrativa (adottata sin dal 1816-17) che sancisce il passaggio dalla rappresentanza cetuale degli interessi, tipica delle società d’ancien régime, a quella censitaria, permettendo la formazione di un gruppo di proprietari, professionisti e “industriosi” deputato alla gestione della governance locale; 2) in secondo luogo una lunga e vivace tradizione culturale, rappresentata dalle Università (Napoli, Catania, Palermo e Messina), da numerosi intellettuali, da circoli e caffè letterari ampiamente diffusi nelle principali città; 3) in terzo luogo diversi comparti economici fiorenti, fra cui le esportazioni di prodotti agricoli pregiati (vino, olio, agrumi, zolfo) e alcuni stabilimenti industriali all’avanguardia (cantieri navali, acciaierie, cartiere, industrie tessili) che – benché diffusi in modo assolutamente non omogeneo sul territorio – revocano in dubbio l’idea di un Mezzogiorno uniformemente arretrato. 
Per un altro verso, tuttavia, la compagine borbonica evidenzia, soprattutto a partire dai primi anni ’50 del XIX secolo, profondi limiti ed elementi di ritardo: 1) la dura repressione nei confronti degli oppositori politici e soprattutto l’accentuarsi dei tratti autoritari della monarchia, che revoca la Costituzione concessa durante il «biennio terribile» e nega le istanze di rappresentanza parlamentare; 2) la difficoltà di amalgamare le diverse componenti territoriali del Regno, come dimostrano i rapporti conflittuali fra Napoli e la Sicilia (in cerca di una maggiore autonomia), ma anche fra le province continentali e la capitale; 3) l’isolamento commerciale e diplomatico; 4) la scarsa attenzione alle infrastrutture (solo una ferrovia, la Napoli-Portici, e un insufficiente reticolo di strade, ponti e canali) e una gestione errata delle finanze pubbliche (lo Stato ha un bilancio solido, attua una blanda pressione fiscale ma investe poco o nulla nella modernizzazione); 5) l’incapacità della Corona di risolvere la questione demaniale, smantellando i retaggi feudali e redistribuendo le terre ai contadini. 
I ritardi e la marginalità del Regno delle Due Sicilie diventano più evidenti tra 1858 e 1859, quando il Piemonte, in seguito agli accordi di Plombiéres, prende parte insieme alla Francia ad un nuovo conflitto contro l’Austria (II guerra di indipendenza), forte di un trattato segreto che gli assegna, in caso di vittoria, Lombardia, Veneto e parte delle Legazioni Pontificie, stabilendo inoltre la creazione di una Confederazione Italiana (Regno dell’Alta Italia, dell’Italia Centrale e delle Due Sicilie). Ancora una volta la monarchia borbonica sceglie la strada della neutralità militare e dell’isolamento diplomatico, rifiutando di prendere parte alla guerra, “tradendo” le aspettative nazionali di una parte consistente della popolazione e decretando, in ultima istanza, la sua stessa fine. Se la storiografia più recente ha posto l’attenzione sulle (pur tardive e timide) aperture liberali di Ferdinando II a partire dal 1857 (soprattutto in direzione di un rinnovamento del personale amministrativo e di un maggiore impulso alle infrastrutture), essa tuttavia ha anche ribadito gli errori fatali del figlio Francesco II, che gli succede al trono nel 1859 e che fallisce l’obiettivo di modernizzare il sistema politico meridionale e di riaprire il dialogo con il Piemonte.  
La precoce interruzione del conflitto austro-piemontese, per volere di Napoleone III, accelera intanto l’unificazione italiana, trasferendo l’iniziativa dalla linea dinastica e moderata della monarchia sabauda (che si era comunque dimostrata favorevole a un’Unità “graduale”, che salvaguardasse le differenze fra le diverse parti della penisola) a quella democratico-militare dei volontari garibaldini, che a maggio del 1860 sbarcano a Marsala, spostando a Sud l’epicentro del moto nazionale. Le camicie rosse, in collaborazione con le squadre siciliane, riescono senza difficoltà ad avere la meglio sull’esercito borbonico – una truppa “da parata”, poco avvezza alla guerriglia e guidata da generali ormai attempati – ma con più difficoltà si destreggiano nel governo dell’isola, preda della dissoluzione interna delle istituzioni preunitarie. Dopo le brucianti sconfitte di Calatafimi (15 maggio) e Palermo (27-30 maggio) la Sicilia vive una drammatica crisi interna che si sostanzia in uno stato di paralisi burocratica e di anarchia sociale. Mentre Francesco II tenta la carta – inutile e dannosa – della concessione di una Costituzione (25 giugno), avvalendosi del sostegno delle poche èlites filoborboniche rimaste al loro posto, Garibaldi dà vita alla sua dittatura personale, ma è costretto a fronteggiare numerosi problemi: 1) la distribuzione delle terre demaniali; 2) la gestione finanziaria; 3) il coordinamento dell’amministrazione, gravata da abbandoni e da crescenti conflitti per il potere locale; 4) il controllo dell’ordine pubblico, minacciato da numerose agitazioni popolari (alcune delle quali, come nel caso di Bronte, represse con estrema durezza). Ancora più spinoso appare il problema delle istanze autonomistiche delle classi dirigenti isolane, alle quali i garibaldini – fautori di un modello di Stato accentrato, e decisi a giungere fino a Roma per completare l’unificazione d’Italia – non riescono a dare risposte adeguate. Alla fine di luglio, in seguito alla decisiva vittoria militare di Milazzo, e con l’Europa ormai apertamente schierata in favore dell’Unità, il Generale attraversa lo stretto di Messina e sbarca in Calabria, lasciandosi dietro uno stato di emergenza cui anche i prodittatori non riescono a far fronte. L’insuccesso si unisce, in breve, ad una “sconfitta” ben più bruciante: nonostante sul Continente la resistenza dell’esercito borbonico sia pressoché nulla, e nonostante in meno di un mese i volontari riescano a varcare la soglia della capitale (mentre Francesco II decide di abbandonarla, rifugiandosi a Gaeta) essi si vedono tuttavia sottrarre la gestione dell’unificazione dall’intervento del Piemonte, che – prima attraverso l’invio di truppe sul Mezzogiorno, poi mediante il passaggio di consegne dal Generale a Vittorio Emanuele e la convocazione dei plebisciti di annessione – riesce a riappropriarsi del governo della penisola, scongiurando l’affermazione del progetto garibaldino, di impronta democratico-repubblicana. 

 

 

 

 

 


Per il contesto meridionale, tuttavia, la fine della monarchia borbonica e la transizione al Regno d’Italia non si traducono, immediatamente, in una pacificazione interna: 1) in primo luogo, perché il passaggio dal governo garibaldino a quello piemontese  sfocia in un ancor più rigido accentramento, in un severo controllo politico nei confronti degli oppositori (borbonici, democratici, autonomisti), in provvedimenti impopolari (basti pensare all’introduzione della leva obbligatoria, alla pesante tassazione o alla legislazione anti-ecclesiastica, che smantella i circuiti dell’assistenza religiosa) e, soprattutto, in un rapporto conflittuale fra la popolazione e le classi dirigenti sabaude, che molto spesso non conoscono a fondo la realtà, la cultura, le istanze del Mezzogiorno, e dunque non si rivelano capaci di tutelarle; 2) in secondo luogo, a causa del persistere di un sentimento filo-borbonico – alimentato e coordinato dalle èlites legittimiste, dai reparti disciolti dell’esercito, dai volontari controrivoluzionari che giungono da ogni parte d’Europa, nonché dalla stessa monarchia decaduta – che si traduce in un vero e proprio clima di guerra civile. Riguardo al Mezzogiorno continentale va ricordato il “grande brigantaggio”, che imperversa in forme di guerriglia organizzata fino al 1865, unendo motivazioni politiche (nostalgie per il passato regime) e sociali (richiesta delle terre da parte dei contadini, in seguito alla mancata riforma agraria) e mettendo in discussione l’autorità e la stessa credibilità internazionale dell’Italia: per fronteggiarlo, il nuovo Stato è costretto a ricorrere a leggi eccezionali (Legge Pica, 1863) e ad una feroce repressione militare, che limita le libertà civili appena concesse e allarga ancora di più il divario fra governo e popolo. D’altra parte anche in Sicilia non mancano gravi problemi di ordine pubblico: basti pensare alla rivolta del «Sette e mezzo», che scoppia a Palermo nel 1866, quando un comitato provvisorio insurrezionale (composto dai delusi del nuovo Stato: legittimisti, esponenti dell’autonomismo e del democratismo repubblicano) sottrae al sindaco e al prefetto le redini del potere e governa la città per una settimana, costringendo l’esercito ad una nuova repressione. 
È innegabile, tuttavia, che proprio a partire da questi episodi – e con più forza all’indomani dell’ascesa della Sinistra storica (1876) – le politiche di State e di Nation building messe in atto dal governo registrino degli importati successi proprio nel Mezzogiorno, toccato da importanti provvedimenti di welfare, da numerosi investimenti nel campo delle infrastrutture, dalla modernizzazione del sistema scolastico, fiscale, monetario, doganale, e successivamente da una legislazione speciale per la tutela e lo sviluppo delle regioni più svantaggiate. 
Se questo non risolve definitivamente il problema del divario Nord/Sud, come dimostra la persistenza di una “Questione Meridionale” che ciclicamente riaffiora nel dibattito pubblico, tuttavia tali dati confermano ancora una volta il grande successo dell’Italia. Come scrive Macry: «Era governata da principi di periferia e regimi autoritari, e in tempi brevi, diventa uno Stato nazionale che si ispira ai modelli alti del liberalismo costituzionale europeo. Si presentava nel 1861 come un territorio decisamente povero e raggiunge, sul finire del XX secolo, il PIL pro-capite dei tedeschi e degli inglesi. Non aveva alcuna voce in capitolo nel sistema geopolitico occidentale, essendo frammentata in sette stati regionali – oltre che occupata, nelle regioni nord-orientali, dall’impero asburgico – e già nel tardo Ottocento riesce a darsi il profilo di una potenza di media taglia [...]. Nessun altro paese europeo può vantare un simile successo». 

B. VERI PROBLEMI E FALSE REALTÀ 
Le vicende dell’unificazione – soprattutto se la si osserva dalla prospettiva eloquente del Sud Italia – tratteggiano un quadro mosso e denso di contraddizioni, evidenziando alcuni problemi “spinosi” sui quali negli ultimi anni la storiografia ha accettato di interrogarsi, abbandonando l’impostazione celebrativa per lungo tempo considerata come unico approccio “ortodosso” alle tematiche risorgimentali: 1) in primo luogo, le più aggiornate e obiettive ricerche accettano, finalmente, di confrontarsi con il problema ancora aperto del giudizio sul Mezzogiorno preunitario, rinunciando all’indistinta condanna e preferendo piuttosto ricorrere al termine di «mezzogiorni», al plurale, per dar conto delle diverse realtà politiche, economiche, sociali e culturali, così come dei diversi gradi di sviluppo, che caratterizzano la vasta compagine meridionale; 2) secondariamente, numerose interpretazioni storiografiche rileggono le vicende della spedizione garibaldina e dei governi piemontesi evidenziandone sia gli straordinari successi sia le innegabili criticità; 3) in terzo luogo, numerosi studi sono oggi disposti ad applicare il concetto di «guerra civile» alle vicende dell’unificazione, spiegando in questo modo il conflitto che permea il Mezzogiorno – soprattutto nel periodo 1860-65 – e riconoscendo status politico alle istanze legittimiste e ai tentativi di revanche attuati da una parte della popolazione.  Tutto ciò, naturalmente, non significa mettere in discussione gli esiti dei processi di State e Nation building, ma piuttosto interrogarsi in modo lucido sulle loro caratteristiche, sulle loro periodizzazioni, sul quando e sul come l’idea di Nazione sia entrata a far parte in modo integrante del background ideologico degli Italiani. 
Per affrontare seriamente questi problemi “veri” e per fornire risposte esaustive (anche e soprattutto nei contesti didattici) alle domande che essi presuppongono, è tuttavia necessario, preliminarmente, smontare gli stereotipi che ancora ingombrano il dibattito sui temi dell’unificazione. Sono di appena qualche mese fa le mozioni dei consigli regionali di Puglia e Basilicata (peraltro approvate a larga maggioranza) con cui si auspica l’istituzione di una «giornata della memoria atta a commemorare i meridionali morti in occasione dell’unificazione italiana». Alla base di queste proposte c’è la volontà politica di consolidare una lettura distorta e fuorviante del Risorgimento: lo confermano i conteggi sul numero delle vittime del Sud, la querelle sui presunti “danni” che l’Unità avrebbe arrecato al Mezzogiorno, il racconto “fantastico” di interi paesi che sarebbero stati rasi al suolo dall’esercito piemontese e devastati da un vero e proprio genocidio. Già le fonti da cui questo discorso promana sono un chiaro segnale dei suoi limiti: basta leggere i resoconti delle sedute dei Consigli per accorgersi di come la “storiografia” di riferimento sia quella (del tutto priva di fondamenti) di Pino Aprile, che già da diversi anni propone – peraltro con successo – un revisionismo antirisorgimentale di matrice meridionalista. In una cosa, tuttavia, le due mozioni colgono nel segno, cioè quando parlano del dilagante audience che queste letture riscuotono presso l’opinione pubblica e in particolare le giovani generazioni: si pone, pertanto, l’esigenza di fornire ad esse repliche altrettanto efficaci. Che l’esigenza rischi di trasformarsi in emergenza lo confermano le parole di chiusura di entrambe le mozioni, che prevedono numerose attività didattiche di commemorazione del «sacrificio meridionale» e di riflessione sull’«infelice Unità».
Fronteggiare la diffusione di queste interpretazioni significa, in primo luogo, discuterle e smentirle: per questo motivo sono stati scelti alcuni leitmotiv, che verranno elencati di seguito e saranno successivamente approfonditi con il ricorso ai documenti. Prima di intraprendere la loro descrizione sembrano utili alcune precisazioni:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


1.    Gli stereotipi selezionati sono ascrivibili a due distinte categorie: quelli (più numerosi) di matrice neo-borbonica, che rappresentano il “controcanto” meridionalista alla storia del Risorgimento; quelli che, viceversa, veicolano una lettura “da Nord”, riproponendo la visione di un Mezzogiorno «palla al piede» della penisola, terra eternamente “irredimibile” e sede di civiltà arretrata ed “altra” rispetto a quella settentrionale. 
2.    La pericolosità di tali letture non risiede tanto, e non solo, nella loro risonanza mediatica, ma anche nella capacità di attuare una “manipolazione” dei documenti storici e della stessa storiografia, decontestualizzando singoli dati e/o episodi e utilizzandoli per costruire narrazioni in apparenza lineari e suffragate da fonti. Da questo punto di vista, alcune delle attività proposte (di livello più avanzato) avranno l’obiettivo di guidare gli studenti nella comparazione critica fra verità storiche e loro “mistificazioni”;
3.    La persistenza queste interpretazioni, e la loro ciclica ricorrenza, è anch’essa un dato su cui riflettere: più che mettere in dubbio la legittimità di un’unificazione realizzata 150 e più anni fa, essi sembrano rappresentare invece delle spie di un malcontento attuale. Non a caso si manifestano con più violenza proprio nei momenti di crisi delle istituzioni rappresentative e della politica in generale. Da questo punto di vista non sembra superfluo stimolare l’attenzione degli studenti non solo sui contenuti errati che essi veicolano, ma anche sui contesti storici in cui maturano. 

 

 

 

 


Per quanto riguarda gli stereotipi “da Sud” ecco le principali argomentazioni che essi veicolano:
a.    Il Regno delle Due Sicilie nel 1860 era uno Stato ben governato, con un bilancio fiorente, una tassazione poco gravosa, all’avanguardia sia dal punto di vista politico che da quello economico. Esso, per di più, poteva contare su numerosi primati economici e infrastrutturali: la prima ferrovia (la Napoli-Portici), il maggior complesso industriale metalmeccanico, la prima flotta mercantile in Italia (seconda in Europa solo dopo quella inglese); la prima nave a vapore; la prima Compagnia di Navigazione del Mediterraneo; il primo Codice Marittimo Italiano, il Codice De Jorio, redatto nel 1781 per il Regio Governo da Michele De Jorio, giurista di Procida; la terza flotta militare d’Europa dopo quelle britannica e francese;
b.    Il risultato dell’unificazione fu una “piemontizzazione” dell’Italia meridionale, “colonizzata”, depredata delle sue ricchezze e ridotta a fanalino di coda del nascente Stato italiano in favore delle popolazioni del Nord;
c.    Il Regno fu al centro di un complotto internazionale, ordito dalle principali potenze straniere (soprattutto la Gran Bretagna) per il controllo del Mediterraneo;
d.    La spedizione garibaldina e la successiva spedizione militare sabauda ebbero successo grazie alla corruzione degli ufficiali dell’esercito borbonico, lautamente ricompensati con pagamenti (in piastre turche) dalle camicie rosse e dai soldati sabaudi per rinunciare a combattere e “regalare” loro la vittoria sui campi di battaglia;
e.    Il brigantaggio fu una vera e propria guerra di liberazione nazionale combattuta dai poveri contadini meridionali contro gli invasori settentrionali, che per sconfiggerli perpetrarono veri e propri eccidi di massa (come nel caso di Casalduni e Pontelandolfo), provocando un numeroso imprecisato – ma comunque altissimo – di vittime.
Riguardo invece ai luoghi comuni “da Nord”, essi si possono così sintetizzare: 
f.    L’Unione Nord/Sud rappresenta il momento di incontro tra due civiltà diametralmente opposte: moderna e favorevole all’unificazione quella settentrionale, arretrata («Africa in casa», viene detto) quella meridionale, espressione di una società reazionaria, priva di patriottismo e di adeguati riferimenti culturali;
g.    L’annessione delle province meridionali al Regno d’Italia ha rappresentato un danno per il Nord del Paese, che ha dovuto farsi carico di zone depresse e con un fortissimo ritardo in termini di sviluppo. Questo ritardo ha finito per ripercuotersi sulla competitività dell’intera penisola, ledendo gli interessi delle zone di eccellenza economico-produttiva.

Come emergerà chiaramente dalla loro lettura, i documenti pertinenti a ciascuno degli stereotipi sono:
    Stereotipo a: documenti 1, 2, 3, 9;
    Stereotipo b: documenti 1, 3, 9;
    Stereotipo c: documento 4;
    Stereotipo d: documento 5;
    Stereotipo e: documenti 6, 7, 8;
    Stereotipo f: documento 1;
    Stereotipo g: documento 1.


C. TESTO PER STUDENTI 
Capita spesso che i giornali, la televisione, i siti internet e i social network diffondano notizie storiche molto diverse da quelle che trovate nei vostri libri di testo. Spesso, per di più, vi sarà capitato di leggere o di ascoltare che queste notizie sono più sincere rispetto a quelle “ufficiali”, proprio perché queste ultime non possono – o non vogliono – raccontare tutta la verità, e quindi preferiscono tacere alcuni particolari episodi della Storia, oppure spiegarli in modo incompleto. In realtà, il più delle volte queste presunte verità nascoste sono soltanto delle “leggende”, oppure degli stereotipi, cioè delle letture distorte, non comprovate dai fatti. Perché allora si diffondono con facilità? Perché semplificano degli eventi complessi (e dunque sono più semplici da capire) o perché si basano su sensazioni che abbiamo già in mente, confermando alcune nostre opinioni. Esse però sono molto pericolose, in quanto ci allontanano dalla conoscenza reale e scientifica del nostro passato, non ci permettono di comprenderlo in profondità, non ci permettono di capire le ragioni di quello che è successo. Per questo motivo uno dei compiti della Storia è quello di rimuovere gli stereotipi, soprattutto quelli che riguardano temi fondamentali della nostra identità di cittadini. Uno dei temi più rilevanti in questo senso, e uno di quelli su cui gli stereotipi abbondano, è il Risorgimento italiano, e soprattutto l’incontro tra il Nord e il Sud del Paese nel 1860-61. 
Certo, è vero che l’unificazione non è soltanto un momento eroico in cui le popolazioni dei diversi Stati preunitari scelgono di far parte di un unico Stato, grazie all’aiuto dei volontari garibaldini che sbarcano a Marsala e liberano tutta la penisola. L’Unità d’Italia provoca anche delle guerre, dei conflitti, e soprattutto determina l’incontro fra territori molto diversi fra loro per origine, per costumi, per lingua e per gradi di sviluppo, che – almeno per i primi anni – fanno fatica a darsi delle leggi e delle forme di organizzazione condivisi. Tuttavia, questo non giustifica la diffusione dei tanti luoghi comuni sull’argomento, che sembrano voler negare il valore del Risorgimento e l’importanza della creazione della Nazione e dello Stato italiani. 
Di seguito vi vengono proposti alcuni degli stereotipi più diffusi su queste vicende. Successivamente, grazie all’aiuto dei documenti, avrete la possibilità di trovare repliche veritiere a questi “falsi miti”.
Gli stereotipi sull’unificazione sono di due tipi: quelli che affermano che essa abbia danneggiato il Sud Italia (stereotipi che definiremo “sudisti”) e quelli che invece dicono il contrario, ovvero che l’Unità abbia arrecato svantaggi al Nord (che definiremo “nordisti) 

Stereotipi “sudisti”:
a.    Il Sud prima del 1860 era uno territorio ricco, felice e ben governato, che poteva vantare tantissimi primati; 
b.    L’unificazione ha ridotto il Sud a una “colonia” del Nord, sacrificando i suoi interessi e le sue ricchezze;
c.    Il Risorgimento non è stato voluto dal popolo italiano, ma invece dalle potenze straniere, che volevano sottomettere la penisola alla loro influenza, sostituendo i governi forti e autonomi (come quello del Sud) con un governo debole e favorevole ai loro interessi (come quello piemontese);
d.    Quando Garibaldi arriva in Sicilia vince le battaglie non per la sua forza militare, ma perché corrompe gli ufficiali dell’esercito borbonico e li convince così a non combattere contro di lui; 
e.    Tra il 1860 ed il 1865 i contadini poveri del Sud danno vita ad una guerra contro gli invasori che li hanno sottomessi (il brigantaggio). Vengono però uccisi in massa sia dai garibaldini che dai soldati del Piemonte. Le loro case e i loro villaggi vengono distrutti. Chi non muore viene imprigionato e ridotto al silenzio; 

Stereotipi “nordisti”:
f.    Il Nord e il Sud non andavano uniti perché troppo diversi fra loro: il Nord era ricco, sviluppato, moderno. Il Sud era arretrato, povero, caratterizzato da un grado troppo elevato di delinquenza e di ignoranza.
g.    L’unificazione è stata un danno per il Nord del Paese, che ha dovuto cedere la propria ricchezza al Sud. 


D. DOSSIER DI DOCUMENTI 
La prima parte del dossier contiene brani tratti da recenti volumi storiografici, che forniscono interpretazioni aggiornate sull’unificazione. La seconda parte, invece, riporta alcune letture “revisioniste” – anch’esse recenti, ma non scientifiche – dei medesimi argomenti. Lo studio di caso chiede agli allievi di trarne notizie ed esempi utili a smontare gli stereotipi, costruendo una visione “equilibrata” ed obiettiva dei temi in oggetto. 

 

DOC. 1

STEREOTIPI A CONFRONTO 

Il Mezzogiorno e il Risorgimento sono ancora oggi due categorie sensibili e riaprire la discussione sul loro drammatico incontro, nel 1860, rischia di ingenerare equivoci culturali e tocca problemi mai risolti in modo adeguato. Due dei quali meritano di essere affrontati subito. Il primo riguarda il confronto fra i comparti della penisola al momento dell’unificazione. Il Mezzogiorno è davvero un territorio che porta in dote al movimento nazionale e poi al nuovo stato il peso dell’arretratezza? Sembra questa l’opinione di molti storici. Rispetto alle infrastrutture, alle aziende agricole e manifatturiere, alla rete finanziaria del nord le aree meridionali appaiono fin dall’inizio nettamente attardate. 
Altri studiosi, tuttavia, tendono invece a sottolineare le buone performances di importanti settori produttivi del Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell’Ottocento, citando l’olio e gli agrumi, i tessili e la metalmeccanica. Recentemente, alcune ricerche hanno sostenuto che i territori borbonici presentano, negli anni dell’unificazione, condizioni economiche del tutto simili a quelle delle aree settentrionali.
Si tratta di un punto decisivo per valutare l’impatto di quei territori sul nuovo Stato nazionale e sul processo di unificazione. Da qui nasce, in buona sostanza, l’opposta lettura del sud come «palla al piede» o, al contrario, come vittima degli interessi del nord. 
Al di là delle misurazioni economiche, esistono, in effetti alcuni fenomeni (come la questione demaniale o il rapporto tra popolo e stato) che rendono alcune aree del Mezzogiorno molto lontane dalla pianura padana, e che addirittura rendono il sud poco comprensibile agli occhi dei settentrionali. Il che, però, non significa attribuire all’Italia meridionale le caratteristiche negative di un “paradiso abitato dai diavoli”, ma invece significa associare le misurazioni economiche al contesto complessivo. Tra nord e sud il problema non è forse di arretratezza, ma certamente di diversità. E la diversità non sembra la conseguenza dell’unificazione, ma affonda le radici nel tempo. 
Il secondo problema riguarda la categoria stessa di Mezzogiorno, che non pochi studiosi, nell’ultimo trentennio, hanno ritenuto essere fuorviante, perché finisce per annullare le molte e profonde articolazioni di quel territorio. Nel Regno delle Due Sicilie, accanto alle aree arretrate, delle coltivazioni estensive, della scarsità delle strade, della debolezza del mercato, esistono altre zone di agricoltura florida, di reti urbane robuste, di élites innovative. 
Sono distinzioni del tutto condivisibili. 
Ma perché tornare su questi problemi? Perché, malgrado siano i nodi fondativi del paese, non sempre hanno trovato adeguata riflessione. Talvolta sono stati messi tra parentesi. O sono stati letti dalla pubblicistica non accademica e dal senso comune in una chiave politica ingenua. Ancora oggi, il tema di un Risorgimento che si compie (ma allo stesso tempo si complica) nelle regioni meridionali alimenta polemiche antiunitarie di marca ora sudista, ora nordista. Da una parte, un Mezzogiorno “assoggettato” e sfruttato dai «piemontesi»; dall’altra, un’Italia settentrionale costretta a sobbarcarsi la civilizzazione, nonché il sovvenzionamento delle regioni meridionali. Due visioni speculari che non mancano di qualche ragione, ma che hanno complessivamente torto. Vittimismi e arroganze non hanno ragion d’essere. I pregi e di difetti storici del paese, così come i vantaggi e gli svantaggi dell’unificazione, vanno spalmati in modo equo sul territorio, dalla pianura padana alla Sicilia.     

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Paolo Macry, Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, Il Mulino, Bologna, 2012]

DOC. 2

IL REGNO DELLE DUE SICILIE TRA MITO E REALTÀ

Anche per il Regno delle Due Sicilie si è verificato il fenomeno ricorrente per tante realtà storiche, per cui esse diventano un mito soltanto dopo che il loro fato si è compiuto […]. Il Regno, che era passato nella massima parte della tradizione e della memoria storica non soltanto italiana come un caso patente di politica reazionaria e illiberale, e che era stato ritenuto un caso altrettanto chiaro di arretratezza civile e sociale, si è trasformato, nel mito che se ne è costruito, in un paese all’avanguardia dello sviluppo industriale del suo tempo, bene ordinato e amministrato, ricco nelle sue finanze ma lievissimo nelle sue imposizioni fiscali, stretto intorno al suo re, temuto e rispettato in Europa, senza particolari problemi sociali, severo ma corretto nella sua giustizia, a un livello diffuso di benessere secondo le condizioni del tempo, senza malavita o banditismo degni di rilievo, e così via enumerando. 
Questo rovesciamento di giudizio si è sviluppato nella seconda metà del secolo XX, in due tempi. Dapprima si è avuta la stagione del revisionismo rivolto a ridurre il senso, la portata e i risultati e l’eredità del Risorgimento. In questo caso la critica era rivolta all’Italia unita e alla sua azione nel Mezzogiorno: si trattava, cioè, di un’analisi della “questione meridionale” più che di una riconsiderazione della vicenda del Regno. In un secondo momento si è avuto, invece, in pieno e in toto il rovesciamento di giudizio che rapidamente ha finito col proporre delle Due Sicilie il profilo largamente positivo al quale si è accennato, determinando anche in questo caso, un giudizio severissimo sulle vicende e sulle condizioni del Mezzogiorno nell’Italia unita. In particolare, appartiene, poi, a questo secondo momento l’elaborazione ultima, più drastica e più negativa, della confluenza del Mezzogiorno nell’unità italiana come “conquista piemontese”. 
Questo secondo momento è senz’altro quello in cui il mito borbonico ha trovato l’espressione più compiuta, attraverso la rivendicazione dei numerosi “primati” attribuiti al Mezzogiorno preunitario: a parte la specifica fondatezza e natura di ciascuno di tali primati, questo tipo di elementi vale ben poco a rovesciare, o anche solo a modificare, il giudizio complessivo sullo sviluppo del Regno, che rimaneva, nel quadro europeo, assai basso. 
Incredibile del tutto è la rivendicazione del Regno come potenza industriale, addirittura terza dopo Inghilterra e Francia: il che è ancor più incredibile in quanto su questo piano era l’intera Italia a ritrovarsi arretrata. La dotazione di infrastrutture era bassissima sia per quelle materiali (tipico il caso delle ferrovie) che per quelle relative alla diffusione dell’istruzione e per le attività di ricerca scientifica. Il basso livello della tassazione, i conti dello Stato in ordine, la forte riserva del tesoro e l’alto valore della moneta appaiono certamente elementi più veritieri, ma che tutti questi fossero fattori di sviluppo in atto non appare da nessuna parte. 
Altro discorso è che la politica del nuovo Stato italiano abbia imboccato fin da subito una strada favorevole al Mezzogiorno nelle sue condizioni del 1860. L’applicazione delle tariffe doganali liberistiche di Torino già nel dicembre 1861, il cambio della moneta, l’imposizione fiscale, l’uso delle riserve del Tesoro napoletano, la vendita rapida dei beni ecclesiastici, e altri elementi ben noti alla letteratura storica e meridionalistica dell’Italia unita ebbero effetti indubbiamente deleteri per il Mezzogiorno. Ma anche qui ci sarebbe da osservare che molti di quei provvedimenti non riguardarono solo il Mezzogiorno; e, in secondo luogo, che l’azione svolta dallo Stato italiano nello stesso Mezzogiorno, dalle ferrovie alle strade, alla scuola, alla pubblica amministrazione e a pressoché tutti i campi della vita civile fu un’azione di grande impegno. 
Una conclusione modesta, ma - riteniamo - accettabile di può, dunque, essere che, per quanti elementi di fondatezza si possano ravvisare nel mito delle Due Sicilie, di gran lunga maggiori sono i tratti per cui quel mito rimane un mito, lontano dalla realtà storica. Non vorremmo, però, concludere col riproporre, pura e semplice, l’antitesi tra l’oscurantismo borbonico e il sole della libertà italiana. Nessuno ignora che dietro la bianca bandiera gigliata della dinastia borbonica c’erano valori, idee, emozioni, sentimenti, fantasie e tutto quanto c’è sempre dietro una realtà importante come quella dello Stato borbonico dal 1734 al 1860. Né alcuno ignora che questo Stato aveva elementi positivi di vita civile, che furono spesso notati da osservatori e studiosi di altre parti d’Italia. 
Ma questo non può significare negare che dal 1815 in poi i ritardi e gli errori del Regno determinano una lunga crisi destinata a sfociare nel crollo del 1860-61.

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Giuseppe Galasso, Il Regno delle Due Sicilie tra mito e realtà, in Mezzogiorno, Risorgimento, Unità d’Italia. Atti del convegno, 18, 19 e 20 maggio 2011, a cura di Giuseppe Galasso, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 2012]


DOC. 3

LO STATO A MEZZOGIORNO 

Alla vigilia dell’Unità il Mezzogiorno d’Italia continuava a scontare gli svantaggi dell’isolamento geografico e della mancanza di vie di comunicazione, che limitavano il raggio di espansione dei circuiti commerciali e destinavano gran parte della produzione agricola allo stesso autoconsumo dei contadini. Sul piano dei costi, della sicurezza e dei tempi di percorrenza il collegamento via mare era nettamente preferibile alle altre forme di spostamento. Era stata proprio la mancanza di alternative ai trasporti marittimi a stimolare lo sviluppo dell’industria cantieristica e della marina borbonica, ma una tale funzione sostitutiva non poteva occultare le lacune del trasporto terrestre che strozzavano l’economia meridionale. Certo, alcune province del Sud non avrebbero sfigurato al confronto con le altre zone del Centro-Nord, meglio dotate di infrastrutture, ma la mancanza di una visione organica e di un’azione centralizzata finirono per aggravare gli squilibri del territorio. Ancora nel 1861 il Regno d’Italia disponeva soltanto di quattro strade nazionali nella sua sezione meridionale, ma tutte in pessimo stato e in numerosi tratti impercorribili; le zone tirrenica e adriatica avevano solo due bretelle trasversali di collegamento; nel Mezzogiorno continentale 1431 comuni sul totale di 1828 risultavano privi di strade carrozzabili; in Sicilia l’unica grande via di comunicazione collegava Palermo con Catania e 182 paesi su 358 restavano sprovvisti di collegamenti. 
L’emblema dell’arretratezza consisteva soprattutto nella deficienza di linee ferroviarie: all’appuntamento dell’unificazione il Mezzogiorno si presentò con appena 126 km di ferrovie rispetto agli 809 del Piemonte, ai 610 del Lombardo-Veneto, ai 332 della Toscana. Il nuovo Stato poteva contare su un’estensione di appena 2.400 km di rete ferroviaria rispetto ai 9.000 della Francia, agli 11.000 degli Stati tedeschi e i 15.000 dell’Inghilterra, ma la condizione di inferiorità era esaltata dalla pressoché totale assenza di linee nella metà meridionale del paese, a eccezione del breve tratto tra Napoli e Portici. 
Il Mezzogiorno potè usufruire delle nuove infrastrutture solo nell’ultimo ventennio del secolo XIX. La formazione di un sistema di comunicazioni è comprovata da alcuni dati: le linee ferroviarie aumentarono da 2.400 a 9.300 km, le strade nazionali e provinciali da 22.000 a 25.000 km, le linee telegrafiche da 10.000 a 26.000 km, mentre raddoppiarono anche il tonnellaggio della flotta mercantile e il movimento commerciale dei porti. 
Oltre a ciò, altri due elementi, indotti dal processo di unificazione, contribuirono a rompere l’isolamento geografico e a infittire la maglia urbana del Mezzogiorno: le nuove strutture amministrative e i trattati commerciali che inserirono l’economia italiana nei circuiti del mercato internazionale. 
L’assetto amministrativo fissato nel 1865, che consisteva nella scelta dei capoluoghi, delle sedi miliari, giudiziarie e dell’istruzione, delle ripartizioni sanitarie, promosse numerosi centri meridionali a «cittadelle degli uffici». Scuole e ospedali, carceri e caserme, tribunali e uffici elevarono al rango di luoghi di servizi molti comuni, migliorando anche le condizioni di vita della popolazione.
Sul ruolo delle esportazioni agricole, è importante notare che esse trasformano la fisionomia del paesaggio agrario e cambiano anche il rapporto tra città e campagna, promuovendo alcuni centri in luoghi deputati alla trasformazione dei prodotti agricoli e alla loro commercializzazione.
Non si tratta, dunque, di riproporre definizioni stereotipate, ma di verificare lo specifico rapporto che si è instaurato nel Mezzogiorno fra città e campagna, senza complessi di inferiorità rispetto a presunti modelli “dualistici” che contrappongono lo sviluppo all’arretratezza, distinguendo la modernizzazione “attiva” (del Nord) e quella “passiva” (del Sud).

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Giuseppe Barone, Lo Stato a Mezzogiorno. Ferrovie, reti urbane, emigrazione, in AA. VV., Le vie del Mezzogiorno. Storie e scenari, Donzelli, Roma, 2002]


DOC. 4

LA “SPALLATA” EUROPEA

Non sembra credibile la storia che a dare il colpo di grazia ai Borbone siano le ostili opinioni pubbliche europee e il patronage – esplicito o coperto – offerto falla Francia e dall’Inghilterra al movimento nazionale italiano. Francia ed Inghilterra svolgono un ruolo secondario negli avvenimenti che portano al crollo napoletano. 
Le due potenze, d’altronde, sono troppo diffidenti l’una nei confronti dell’altra per avere una strategia comune. Londra teme che, unificandosi l’intero territorio della penisola, Cavour finisca per riconoscere ai francesi ulteriori compensazioni territoriali e tanto più teme un attacco italiano all’Austria, ovvero una guerra europea. Sebbene non possa permettersi una esplicita difesa dello screditato regime napoletano il ministero degli esteri Lord Russell in realtà fece molto per salvarlo, dapprima diffidando il Piemonte dal fornire appoggi ai Mille, poi chiedendo a Vittorio Emanuele di bloccarli in Sicilia e infine cercando qualche forma di alleanza in extremis tra Torino e Napoli.
Quanto alla Francia che è il paese più attivo sullo scacchiere peninsulare, neppure essa sembra intenzionata a liquidare il regime napoletano. Sebbene si rifiuti di garantire i confini (come gli chiede Francesco II) anche Napoleone III lavora ad un accordo tra Torino, Napoli e Roma, ovvero alla vecchia ipotesi confederale, e non si stanca di chiedere ai Borboni una svolta costituzionale, che potrebbe rilegittimarli agli occhi dell’opinione pubblica europea. Ancor più dell’Inghilterra, Parigi teme un successo garibaldino e, nel luglio del 1860, propone a Londra un intervento militare comune per impedire ai Mille di passare dalla Sicilia al continente.  
Al di là del mito di un risorgimento propiziato dalle grandi potenze, sono gli autonomi avvenimenti italiani ad imporsi all’Europa e non viceversa. Non sembra esserci alcuna spallata internazionale: né in difesa di Francesco II né in appoggio a Garibaldi. Al contrario Inghilterra e Francia misero non pochi ostacoli sulla via dell’unità italiana.
Ancora nella tarda estate del 1860, del resto, le grandi potenze non sono affatto convinte che le Due Sicilie siano spacciate. Ritengono che, malgrado le défaillances militari, Francesco II sia in grado di fronteggiare la crisi senza aiuti esterni. 
Detto altrimenti, la fine del regno è una faccenda italiana e, anzi prevalentemente borbonica. Il regime muore per cause interne.         

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Paolo Macry, Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, Il Mulino, Bologna, 2012]

DOC.  5

IL FALSO MITO DEL TRADIMENTO MILITARE

Allorché nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 Garibaldi e i Mille salpano da Quarto alla volta della Sicilia, ad attenderli nell’isola sono dislocate truppe per 25.000 uomini circa, dotate di armi di prim’ordine, convenientemente addestrate, supportate da strutture logistiche di buon livello. A sorvegliare le coste sono destinate le unità di una marina che per numero di imbarcazioni, stazza, potenza è la maggiore tra le flotte degli altri Stati. 
Per altri aspetti, però, le forze militari presentavano diverse zone d’ombra: se la preparazione tecnica degli ufficiali era adeguata, non lo era invece la cultura dei militari, né la loro età media, soprattutto per i generali che non di rado avevano oltrepassato i 70 anni. C’erano poi altri due fattori debolezza. Primo: l’esercito era considerato in Sicilia – soprattutto dopo gli avvenimenti del 1848-49 – quasi come una forza straniera d’occupazione, e anche nel Continente finiva per risultare inviso alla maggior parte della popolazione. Secondo: tale esercito risultava in alcuni casi disposto a farsi conquistare dalle idee liberali e delle stesse aspirazioni unitarie italiane, ma questo non significa accreditare il mito del tradimento degli ufficiali come causa della sconfitta militare. Al di là dei limiti esposti sopra, e degli indubbi errori tattici dei comandi borbonici, altri fattori vanno tenuti in considerazione per comprendere come sia stata possibile la rapida conquista garibaldina della Sicilia: intanto, i Mille sbarcano nell’isola in un momento in cui sono ancora presenti gli effetti della rivolta della Gancia (aprile 1860), cosicché migliaia di siciliani armati possono unirsi con facilità ai garibaldini, rappresentando una spina nel fianco per le truppe borboniche. Più in generale, poi, il mito di Garibaldi ha una forza possente e una grande capacità di coinvolgimento, perché dà voce alle speranze di riscatto sociale della popolazione. 
Ad opporsi a questo personaggio quasi mitico è l’esercito borbonico, che non sa come affrontare il modo di combattere delle Camicie rosse e che subisce le conseguenze della crisi politica che paralizza il Regno: le indecisioni e l’attendismo degli comandi napoletani dipendono soprattutto da questa crisi.  
Da questo punto di vista appare del tutto infondata la ricorrente polemica sul tradimento degli ufficiali di Francesco II, corrotti dall’oro piemontese. È invece più giusto ritenere che la maggior parte dei componenti dell’esercito fosse ormai convinta dell’ineluttabilità dell’Unità d’Italia. 

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Santi Fedele, Il Regno delle Due Sicilie. Dalla “Fine in Idea” (1848) alla “Fine nel Fatto” (1860), in «Studi Garibaldini», Rivista n. 11, maggio 2014]

DOC. 6

IL PRESUNTO “STERMINIO” PIEMONTESE 

Già dal 1861 decine di villaggi meridionali sono in rivolta contro uno stato «piemontese» che ha chiesto uomini per la leva militare e nuove tasse, mentre si accendono con forza particolare le lotte dei contadini contro i proprietari, come sempre accusati di busi e usurpazioni. In un intreccio subito pericoloso di guerra civile e guerra sociale, crescono di numero e dilagano sul territorio i gruppi armati, che attaccano uomini e cose e mettono in scacco le forze dell’ordine. È fin troppo chiaro il nesso con gli eventi dell’unificazione, che hanno creato aspettative sociali presto andate deluse. Si tratta di un movimento polare diffuso, che esprime la grande ferita della terra, si mescola - non di rado facendosene strumentalizzare – alle faide tra notabili per il potere municipale e infine viene fomentato in senso legittimista dalla corte borbonica in esilio. Il governo preferisce chiamarlo «grande brigantaggio», per togliergli ogni connotazione politica e ogni riferimento sociale. Essendo ben consapevole dei rischi che corre, il ceto politico «piemontese» manderà nei territori ex borbonici oltre 115.000 militari proclamando lo stato d’assedio nel 1862 ed applicando la severissima Legge Pica. Alla fine resteranno sul terreno molte migliaia di morti, più che in tutte le guerre risorgimentali. 
Sul punto, e anche questo è significativo, gli studi e il discorso pubblico hanno spesso mostrato un miscuglio di reticenza e divisività. Dalla parte della reticenza va segnalata una storiografia accademica che al brigantaggio ha dedicato poche energie. Dall’altra parte, e siamo alla lettura divisiva del fenomeno, essa è stata e continua ad essere appannaggio di studi filoborbonici, i quali vedono nella vicenda il paradigma della conquista violenta del Mezzogiorno da parte dello stato nazionale (e settentrionale). «I piemontesi fecero al sud quello che i tedeschi fecero a Marzabotto», così inizia un recente volume del giornalista Pino Aprile, che ha venduto centinaia di migliaia di copie. Certo il tema è spinoso e mal si adatta alla retorica della patria liberale, ma è fin troppo facile concentrare il giudizio sull’abbondante casistica della violenza delle bande e della violenza dello stato liberale, senza cercare di spiegare né l’una né l’altra. Che la guerra civile sia sempre crudele, proprio perché non formalizzata dalle regole della guerra tra eserciti, è cosa nota. Né si può dimenticare che i governi liberali si trovarono ad affrontare il fenomeno proprio nel momento germinale dello stato unitario, ovvero in una condizione di grande incertezza geopolitica, politica e perfino psicologica. Il brigantaggio è piuttosto l’ulteriore spia dell’inserimento del Mezzogiorno nella nuova compagine. La stagione del brigantaggio è di certo favorita dalle decisioni politiche del momento, come lo scioglimento dell’esercito garibaldino, la dispersione dei militari borbonici, le epurazioni della guardia nazionale e un servizio di leva rifiutato dalle classi rurali. E tuttavia resta un fenomeno che affonda le sue radici nel contesto strutturalmente fragile del sud della penisola. Sembra avere, cioè una natura sociale, oltre che politica.

[tratto, con riduzioni e adattamenti, da Paolo Macry, Unità a Mezzogiorno. Come l’Italia ha messo insieme i pezzi, Il Mulino, Bologna, 2012]

DOCC. 7 e 8

UNA GIORNATA PER LE VITTIME DEL RISORGIMENTO?

Non dimentichiamo che interi paesi furono rasi al suolo. La letteratura parla di 20.000 morti in quell’occasione, ma illustri storici alzano il numero a 100.000. Infatti, se consideriamo che interi paesi furono rasi al suolo, non facciamo fatica a credere a questi numeri.
Io voglio che ricordiamo un attimo la grande rivoluzione che c’è stata con i libri di Pino Aprile, dal Centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia in poi. Illustri storici e ormai sempre più accademici ci hanno aiutato a comprendere che cosa sia realmente accaduto in quell’occasione.
Se guardiamo il primo libro di Pino Aprile, Terroni, e poi il secondo, uscito un anno dopo, credo sia proprio questa differenza tra ciò che è scritto nel primo libro e ciò che è scritto nel secondo che ci fa comprendere la portata del significato, della comprensione e della consapevolezza che si diffonde tra i meridionali di quanto è accaduto.
Nel primo libro ci viene raccontato che cosa sia realmente accaduto, ossia che l’Unità d’Italia non è stata così felice e che ci sono stati dei morti, devo dire sia da una parte che dall’altra.
Nel secondo libro Pino Aprile racconta ciò che ha visto in tutti i comuni e in tutte le realtà che è andato a visitare quando ha presentato il primo libro. Quello che è successo è stato un risveglio della coscienza, assolutamente. Tantissimi giovani – e non solo giovani, naturalmente – hanno imparato a valorizzare il loro territorio e ad amarlo, perché qualcuno ha spiegato loro che non è vero che siamo fannulloni, non è vero che non ci piace fare nulla, non è vero che siamo sempre stati così. Siamo stati un popolo che ha motivi di essere orgoglioso della sua storia. 
La portata di una giornata della memoria, che magari entri nelle scuole e spieghi ai bambini e ai ragazzi che cosa è successo, attraverso dibattiti – ovviamente, ognuno dice la sua; ci possono essere le due realtà a confronto, le due versioni a confronto – può aiutare i meridionali stessi a credere di più nelle loro capacità, ad avere voglia di difendere ancora di più la loro terra, a rimanere, quindi, in questa terra e a difenderla valorizzandone, le risorse.
Secondo me, questo è fondamentale. Ciò che è successo a moltissime persone credo che, istituzionalizzando questa giornata, possa accadere un poco a tutti i pugliesi che verranno inondati di queste nuove conoscenze. È importante che questa conoscenza si diffonda. 

[tratto, con riduzioni, da Atti consiliari della Regione Puglia, resoconto stenografico, X legislatura, seduta n. 66, 4 luglio 2017, intervento del consigliere Laricchia]


LA STORIA SCRITTA DAI NON ADDETTI AI LAVORI E I PRETESI SILENZI DELLA STORIOGRAFIA UFFICIALE

Quel che gli Italiani venuti dal Nord ci fecero fu così spaventoso, che ancora oggi lo si tace nei libri di storia e nelle verità ufficiali. Si tengono al buio molti documenti che lo raccontano. Una parte dell’Italia, in pieno sviluppo, fu condannata a regredire e depredata dall’altra, che con il bottino finanziò la propria crescita e prese un vantaggio, poi difeso con ogni mezzo, incluse le leggi. La questione meridionale, il ritardo del Sud rispetto al Nord, non resiste “malgrado” la nascita dell’Italia unita, ma sorse da quella e dura tuttora, perché è il motore dell’economia del Nord.

[tratto da Pino Aprile, Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sid diventassero Meridionali, Paperback, Roma, 2010]

 


DOC. 9

LA CANZONE DEL SUD PIAGNONE 

C’era una volta il Regno delle Due Sicilie 
che era tutto il Sud Italia 
dall’Abruzzo e dal basso Lazio in giù 
compresa la Sicilia 

potenza industriale e militare 
il sud era ricco 
ma poi venne Garibaldi 
fece l’Unità d’Italia e il sud divenne povero 
e cadde a picco

C'era una volta una nazione 
che si chiamava meridione 
il suo re era Ferdinando II di Borbone 
non esisteva emigrazione 
non c’era disoccupazione 
con i suoi pregi e i suoi difetti 
c’era una volta il meridione

C’era una volta 
ma poi venne Garibaldi 
c’era una volta 
a rubare oro e soldi 
c’era una volta 
ma la vera storia è che prima 
prima 
dell’Unità d’Italia

Al sud nessuno emigrava 
al sud la gente si amava 
al sud si lavorava 
prima questo prima 
dell'Unità d'Italia

Ferdinando morì e lasciò il trono al figlio Francesco 
che sposò Maria Sofia 
una ragazza di Baviera 
sempre uniti nelle battaglie 
dal Volturno a Gaeta 
aiutavano i soldati feriti 
compresi i nemici 
ma quei giorni segnarono la fine del regno 
e di un patrimonio lasciato al mondo

La prima ferrovia 
la prima cattedra in economia 
le miniere di zolfo 
la prima flotta mercantile e militare 
Federico II 
lingua italiana 
scuola siciliana 
la scienza 
la filosofia 
le tasse più basse 
le industrie 
Mongiana, Pietrarsa, Castellammare 
eccetera, eccetera

E c'era una volta 
ma poi venne Garibaldi 
c'era una volta 
e rubò soldati e soldi 
c'era una volta 
ma la vera storia è che prima 
prima 
dell'Unità d'Italia

Al sud nessuno emigrava 
al sud la gente si amava 
al sud si lavorava 
prima questo prima 
dell'Unità d'Italia

A tutti gli emigranti del mondo 
che hanno lasciato nel sud 
l'anima, la terra e tutto il cuore 
molti non sanno che il sud era ricco e very good 
sull'Italia apparse il War Sehr Gut 
prima, si ma prima, si ma prima 
dell'Unità d'Italia

Al sud nessuno emigrava 
al sud la gente si amava 
al sud si lavorava 
prima questo prima 
dell'Unità d'Italia

Al sud c'è sempre una festa 
al sud l'aria è diversa 
al sud nel bene e nel male 
solo, sole, sole, sole 
è tutto un altro sole

Dall'Unità d’Italia 
milioni di emigranti nel mondo 
che dalle navi in partenza 
lanciavano un gomitolo di lana ai loro cari rimasti a terra 
la nave si allontanava 
il gomitolo si srotolava 
finché si spezzava

[Povia, Al Sud]

GaribaldiPescatore.jpg
Garibaldi_Talamone.jpg
Guttuso La battaglia di Ponte dell'ammir
270px-Flag_of_the_Kingdom_of_the_Two_Sic
Sicilia rivoluzione del 1848.jpg