Le insurrezioni popolari

«A' Siciliani. Chi è Siciliano ed ha un cuore tosto che saprà l'ora che suonerà per noi, la quale è troppo imminente, imbrandisca le armi e, da qualunque punto ov'ei si trovi, corra o solo o a squadre pel paese che gli sarà indicato per piombare sulla città che bisognerà espugnare colla forza. Sarà capo della banda dei singoli paesi chi se ne sentirà la mente ed il cuore, e gli sarà cassa per occorrere ai bisogni quella de' Percettori e Ricevitori - dietro una esatta consegna risponderà egli di ogni menoma spesa. Ogni paese resti tranquillo sotto l'assoluta volontà di un solo che scelto dal popolo non avrà altra missione che far tacere i partiti, impedire, che si versi goccia di sangue, ed avvertire per espressi qualunque movimento militare gli sarà a conoscenza. Quantunque le truppe napolitane hanno capito nel maggior numero che dovendo scegliere o l'infamia e la morte, o la gloria e la fortuna, bisogna loro sposare la causa, nella quale solo da Italiani possano sperare, se per uscire all'aperto abbandoneranno i paesi da essi presidiati, e questi si sentiranno di poter abbattere le rimaste, insorgano e vadano ad incontrare i loro fratelli, che per loro soltanto avranno scelti i maggiori sacrifizi nelle campagne. Da tutti ed in ogni punto poi si deve intendere a ritardare i movimenti delle milizie, ed armarvi delle loro armi ed abiti. Ogni fatto che infrange le nostre leggi di virtù sarà punito colla morte. I principi della più santa virtù, le Potenze dominatrici del mondo, e Dio sia con noi».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'invito all'azione era del 1860, e proveniva da uno di quei comitati segreti nati in Sicilia già all'indomani del fallimento dei moti del 1848. L'arrivo di Garibaldi aveva poi dato nuova linfa all'attività cospirativa, rendendo possibile quell'infuocato effluvio di parole e di iniziative. Nella primavera del 1860 tutta l'isola assisteva infatti ad una profonda crisi militare ed istituzionale, che la gettava in una difficile fase di transizione, tra il crollo del vecchio regime e la nascita di una nuova compagine statale. Fra le pieghe di quel processo si annidavano dei vuoti di potere che le classi dirigenti isolane erano ansiose di occupare, scatenando aspri conflitti e lotte intestine. In alcuni casi, esse si innestavano nell'alveo del conflitto di classe, collegato alla più antica e complessa questione demaniale, destinata ad acuirsi dopo l'emanazione del decreto garibaldino del 2 giugno e a sfociare in vere e proprie jacquerie: Bronte, Biancavilla, Alcara Li Fusi erano tutti esempi di questo paradigma.

 

 

 

 

 

 


In altri casi, tuttavia, lo scontro si collocava invece in un ambito squisitamente politico - legato cioè alla gestione del potere locale - e aveva come protagoniste le èlites cittadine, che avvertivano adesso, tra le deboli maglie del nuovo Stato, il prepotente bisogno di rimodularsi all'interno dello spazio che si era venuto a creare, cogliendo in pieno le inedite possibilità di governance che si erano aperte dopo la liberazione dell'isola. Si trattava di ri-utilizzare forme e mezzi di governo che erano stati sperimentati già nel 1848, cercando però di non commettere gli stessi errori di allora; insomma, fare il '48 senza rifare il '48: l'uso della stampa, l'attribuzione delle cariche municipali, la gestione dell'ordine pubblico erano così strumenti fondamentali attraverso cui provare a garantirsi la leadership dell'amministrazione, e da questa trarre, ove possibile, vantaggi personali. In questi casi - spicca su tutti l'esempio della Sicilia sud-orientale - la dicotomia tra comunisti (intesi come coloro i quali rivendicavano la divisione delle terre demaniali) e usurpatori, così significativa nei contesti etnei, si sovrapponeva o si sostituiva alla più nobile contrapposizione tra moderati e democratici, egualmente interessati a guidare l'annessione della Sicilia al nuovo Stato, naturalmente con forme e tempi profondamente diversi tra loro.

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