Viaggiatori

 

Dal Grand Tour

al viaggio di diporto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«La Sicile, dont les Poètes anciens ont fait le berceau de  la Mythologie, parce qu’elle leur offroit au milieu des grands phénomènes de la nature les premiers monuments des arts, la Sicile est un des pays de l’Europe les plus curieux à observer; le plus dignes d’être détaillés. Depuis quelques années elle a enfin obtenu l’attention des voyageurs […]» Jean Houel, Voyage pittoresque des îles des Sicile, de Malte et de Lipari, Paris 1782, v. I, p. V

 

La Sicilia è una delle regioni italiane che ha avuto una buona capacità di attrarre turisti. Isola, posta al centro del mare nostrum, con montagne dalle dolci curve che degradano lentamente sul mare e poi i suoi vulcani: l’Etna, il più grande e spettacolare, o i minori Vulcano e Stromboli, con eruzioni altrettanto straordinarie. Non è solo il paesaggio che affascina i suoi ammiratori, le varie dominazioni greca, romana, araba, normanna, spagnola hanno segnato profondamente la cultura siciliana e i segni tangibili ritroviamo nelle città, nelle chiese, nei castelli e nei palazzi nobiliari.

È nel Settecento arriva la “scoperta” della Sicilia da parte degli stranieri prima di allora era sì conosciuta ma solo sporadicamente toccata dai viaggiatori. A fare da apripista è un monaco avventuriero, Padre Labat che, nel 1711, visita Messina per soli quattro giorni, lasciandoci un resoconto gustoso nel quale si fondono amabilmente sapiente ironia e comicità[1]. Il filibustiere[2] francese decide però di non uscire dalle mura della città perché spaventato dai racconti dei briganti che infestano le campagne siciliane. Belle sono le pagine che dedica alla ricca cucina siciliana, nelle quali si sofferma sulla descrizione delle pietanze, sul modo di confezionare i cibi e di presentarli a tavola. L’occhio di questo  perspicace viaggiatore cattura velocemente un quadro significativo dell’isola: dall’impunità dai delitti delle classi più elevate, per passare al corteggiamento delle giovani donne fino alla socialità nelle chiese dei Gesuiti.

È nel 1727 che Jean Philippe d’Orville visita l’isola spinto dal suo interesse verso la civiltà classica e l’archeologia. Attento osservatore, il diario di viaggio che lascia incompleto nel 1751 - poi stampato nel 1764 dal suo editore - è una descrizione accurata dei monumenti dell’antichità[3] esistenti in Sicilia ma non trascura il paesaggio vulcanico lasciandoci un interessante passaggio dedicato all’ascensione sull’Etna. La sua opera non raggiunge un vasto pubblico: la scelta di scrivere in latino preclude la lettura a molti.

Sono il barone Riedesel[4] e lo scozzese Patrick Brydone i veri iniziatori della moda del viaggio in Sicilia: il primo attraversa l’isola nel 1767 e pubblica il suo libro nel 1771 lanciando l’invito a suoi conterranei ad iniziare al più presto l’avventura nell’isola. È dopo il 1773 anno della pubblicazione del viaggio di Brydone che la Sicilia diventa una meta quasi irrinunciabile. La trasposizione letteraria che fa lo scrittore inglese A tour through Sicily and Malta della sua esperienza diventa una vera e propria guida per i successivi viaggiatori.

La Sicilia entra così nel Gran Tour[5]:  i  rampolli di famiglie aristocratiche per completare la formazione universitaria viaggiano sino all’isola per riscoprire le radici classiche della cultura europea. È così che giungono nell’isola personaggi di primo piano della scena illuministica europea come ad esempio Roland de la Platiére, il conte di Borch, Sonnini, Payne Knight, Swiburne, Vivant Denon e il pittore Jean Houel lo scrittore svizzero Josef Widmann, accompagnato dal celebre musicista Johannes Brahms; il russo Anton Norov; il marchese francese Joseph de Foresta; il  parigino Pierre Henri De Valenciennes, l’erudito danese Friedrich Münter e, su tutti, il poeta tedesco Wolfang Goethe. Il Grand Tour valica lo stretto e per la prima volta gli stranieri viaggiano da Napoli sino alla Sicilia, che scoprono le lussureggianti bellezze naturali dell’isola e rivivono le gesta degli antichi eroi dell’antichità.

Le città preferite dagli stranieri erano Messina, Taormina, Catania, Sperlinga, Segesta, Selinunte e Agrigento ma non poteva mancare la scalata o ascensione, come veniva chiamata allora, sull’Etna. Iniziano così a sorgere nelle località più frequentate le prime strutture ricettive.

Viaggiatori del Nord Europa – tedeschi e francesi – ma anche inglesi, russi e di altre nazioni si inerpicano nelle non facili e poco sicure trazzere che collegano un capo all’altro le città siciliane, si fermano in piccole e spesso mal attrezzate locande dove alla flebile luce di una candela si premurano di prendere appunti del loro viaggio. L’obiettivo è di raccogliere i materiali e compilare delle guide grazie alle quali i propri connazionali possono conoscere le meraviglie della Sicilia e, attraverso le impressioni dei viaggiatori,  rivivere le emozioni e approfondire le conoscenze delle bellezze artistiche e architettoniche della Sicilia o più semplicemente trovare delle indicazioni per i loro futuri viaggi. È attraverso la lettura di questi diari che scopriamo come era la Sicilia nel XVII dagli occhi dei viaggiatori, ma non solo. Come ha scritto Hélèn Tuzet è «la Sicilia ce li rivela ed essi, a loro volta, ci rivelano la Sicilia»[6].

Dopo le guerre Napoleoniche che hanno interrotto le comunicazioni e le vie di trasporto è con la Restaurazione che ci si rimette in moto, ma non si parte più per il Grand Tour. È infatti nell’Ottocento che cambia completamente il modo di viaggiare: la diffusione della macchina a vapore mette in moto la rivoluzione commerciale europea[7]. Grazie a più rapidi mezzi di trasporto - navi a vapore e treni - e il conseguente l’abbassamento dei costi del viaggio nuove classi sociali scoprono il gusto di viaggiare e non sono più solo stranieri[8].

Accanto al viaggio di conoscenza che aveva fatto la sua comparsa già nel Settecento si diffonde una nuova pratica che Annunziata Berrino definisce il «viaggio di diporto»: «recepisce inedite modulazioni emotive della cultura romantica, coglie divertimenti e svaghi offerti dalla modernità e si spinge a conoscere le esperienze più avanzate del progresso industriale del paese, come le fabbriche e le esposizioni»[9]. Questa nuova esperienza di viaggio è affrontata dall’alta e media borghesia che non avendo una rete  amicale, familiare o di lavoro necessità di alcuni servizi come una rete di  trasporti e la ricettività per risiedere nelle località. Sono i nuovi bisogni dei viaggiatori che creano una domanda di consumo soddisfatta dalla nascita degli alberghi nelle principali città italiane. È con questo nuovo modo di viaggiare stimola la formazione di un’inedita ricettività, gli alberghi, in tutte le principali città e di un nuovo business, l’editoria di viaggio, con la stampa di guide che da erudite e voluminose diventano agevoli, essenziali e devono essere aggiornate a cadenza annuale.

Nell’Ottocento, l’Italia conquista il primato di  località climatica. Gli stranieri del Nord fuggono dagli inverni rigidi e dalle loro città affumicate dalle ciminiere delle industrie per passare i mesi più freddi nelle coste italiane, sulla Riviera ligure, in Toscana, a Napoli o in Sicilia. La motivazione del viaggio è la ricerca del benessere: sono i medici a invogliare i proprio pazienti a mettersi in viaggio. Tra le stazioni climatiche siciliane più in voga c’è Taormina, Palermo e Messina.

Oltre le stazioni climatiche, hanno un grande successo le località termali dove i turisti si immergono nelle acque minerali – calde o fredde –  per curare le malattie della pelle, polmonari o linfatiche e veneree. Ben presto però agli ammalati, si aggiungono dei nuovi clienti che frequentano i bagni per prevenire i malanni e chiedono oltre strutture termali all’avanguardia anche divertimenti e svaghi.

Nel 1844 gli stabilimenti termali siciliani[10] più rinomati erano quelli di Termini (Pa), quelli di Sclafani (Pa),  quelli di Sciacca (Ag),  quelli di Cefalà Diana[11] (Pa), quelli di Alì (Me), quelli di Gorga (tra Segesta e Calatafimi) e le terme Segestane (Castellammare del golfo)[12]. Già nel 1868, esistevano ben 9 strutture[13]. Le località più frequentate non solo da siciliani ma da veri e propri forestieri furono Termini e Sciacca, che riuscirono a sfruttare in senso turistico le terme. A Termini, nell’Ottocento esistevano due stabilimenti ampliati e rimodernati nel corso del secolo, per soggiornare c’erano inoltre diversi alberghi tra cui il Grande Albergo delle Terme, una struttura all’avanguardia che disponeva di luce elettrica e un sistema di riscaldamento centralizzato con saloni per le attività ricreative come la lettura e il ballo. Con la costruzione delle strade ferrate, Termini era ben collegata con gli altri comuni siciliani. Eppure il numero degli ospiti non superò i 900 nel 1907. A Sciacca la ferrovia arrivò solo nel 1913, collegata con gli altri centri urbani solo attraverso il sistema stradale. Il numero dei visitatori sfiorò le 2000 presenze nel 1907: questo risultato era dovuto alla mancanza di investimenti negli stabilimenti termali. Le strutture isolate dal centro cittadino erano in stato di trascuratezza. Grande fortuna ebbero le terme di Acireale[14]: lo stabilimento dedicato a Santa Venera[15] fu inaugurato nel 1873 dal barone Agostino Pennisi di Floristella, disponeva di un parco e annesso il sontuoso Grand Hotel des Bains. Nell’albergo alloggiarono numerosi personaggi illustri tra cui Richard Wagner e famiglia (1882), Ernesto Renan, il Re Umberto I e la Regina Margherita (1881), il Granduca ereditario di Baden e l'insigne medico Antonio Cardarelli.

Anche le località balneari iniziano a riscuotere consensi: è ritenuto salutare immergersi nelle fredde acque marine. La balneoterapia e la talassoterapia sono consigliate e prescritte dai medici ai propri pazienti che si riversano nelle località marine per migliorare le proprie condizioni di salute ma chiedono anche luoghi di ricreazione e distrazione.

In generale le stazioni balneari siciliane erano frequentate solo dagli abitanti del luogo. Le uniche eccezioni erano il lido di Mondello, il famoso stabilimento  costruito nel 1909 dalla società tranviaria italo belga Les Tramways de Palermo[16],  le cui sabbie bianche si estendono per due kilometri e sono circondate da monte Pellegrino e monte Gallo, una località esclusiva nel periodo tra le due guerre in grado di competere con la riviera francese e poi Taormina. È questa piccola cittadina arroccata su un terrazzo del monte Tauro, a dominare a lungo sul panorama turistico siciliano. La spiaggia di Mazzarò nello scenario unico dell’Isola Bella è ritratta dal Settecento nelle acqueforti del pittore Hoüel.

Una delle mete più conosciute al mondo è Taormina, la sua lunga storia turistica inizia nel Settecento quando entra a far parte del circuito del Grand Tour, grazie al suo imponente passato e per le sue bellezze artistiche. Nel Settecento però Taormina non è pronta a ricevere stranieri se Patrick Brydone definisce pessime le sue locande[17], inoltre si lamenta di non trovare una stanza singola dove potersi rilassare e scrivere comodamente i suoi appunti di viaggio: le sue guardie gli trovano posto per la notte a Giardini[18], nella locanda gli viene offerta una zuppa e del buon vino. Lo stesso accade nel 1787 Goethe si trova a Taormina, ma per alloggiare “fugge” dalla città alta per l’indecenza delle locande e trova accoglienza nel fondaco del villaggio[19]. La situazione non cambia per gli altri stranieri che fanno tappa nella città, molti trovano rifugio nei monasteri: Saint Non (1778) alloggia dagli Agostiniani, Vivant Denon (1778) dai Cappuccini che non gli offrono la cena ed è costretto a dividerla con un guardiano, Bartels (1786) dorme sulla panca di legno in una cella, sempre dai Cappuccini[20],

La piccola Taormina non è ancora ben attrezzata a ricevere i suoi ospiti, ma la sua nobiltà punta tutto sul suo patrimonio artistico. Grazie al vicerè Bartolomeo Corsini[21] già nel 1745 è emanato dal Tribunale del Real Patrimonio un ordine «affinché si conservino gli antichi Edifizi della citta di Taormina»[22]: « affin di conservarsi intatti pe’ tempi avvenire somiglievoli insigni monumenti, che ci dimostrano il Fasto del nostro Regno; giudichiamo anche esser proprio del n(ost)ro Zelo la conserbazione de’medesimi»[23].

 

L’intervento del vicerè aderisce perfettamente alla politica di protezione delle antichità dei Borboni, ma c’è dell’altro il presidente del Real patrimonio che ha emanato l’ordine  è  «dal 1743, Biagio De Spuc(c)hes, nato a Taormina ed esponente di una famiglia che, attestata da tempo in città, proprio in quegli anni consolida i suoi interessi a Taormina e nel suo territorio»[24]. Ad eseguire l’ordine   è un altro Biagio De Spucches, nipote del precedente, duca di Santo Stefano che svolge in quel momento la carica di custode della antichità.

In virtù di quest’ufficio curerà gli scavi e restauri all’interno del Teatro antico della cittadina ottenendo dal Tribunale del Real Patrimonio il permesso per la vendita di reperti proprio per finanziare l’opera di rinvenimento. Lo stesso duca è un grande collezionista e riesce in pochi anni (passa a miglior vita nel 1753) grazie alla sua carica a costruire un vero e proprio museo[25].

La possibilità di vedere uno dei Teatri dell’antichità più grandi e suggestivi del mondo e di portarsi un pezzo di quel teatro a casa attira molti stranieri che accorrono da tutta Europa. Taormina così da borgo dove si pratica agricoltura ricca[26] – vino, mandorle e agrumi – e dove ci si dedica anche alla trasformazione dei prodotti agricoli, “lavorazione del latte e della frutta” si attrezza per ricevere stranieri.

Chi sono i pionieri dell’imprenditoria alberghiera taorminese? Dal punto di vista sociale, sono nobili e borghesi. Nel 1874 nasce il primo albergo il Timeo per iniziativa della famiglia Floresta, che aveva già esperienza nel settore, infatti, gestiva il fondaco di Giardini. La locanda Timeo era attiva già dal 1850, ma le condizioni di accoglienza erano giudicate pessime come evidenziato dalla Guida Baedeker. Dal 1874 arriva c’è un vero e proprio boom di turisti e gli albergatori si attrezzano per far fronte alle esigenza della clientela.

«Mentre salgo gli scalini che mi portano all’Hotel più mi convinco che le bellezze di Taormina sono soltanto nel paesaggio. Non avevo mai messo piede prima d’ora in un cavanserraglio più miserabile, puzzolente, freddo pieno di spifferi d’aria, di poveri mobili. È gremito di turisti di tutti i paesi : francesi che strillano nell’atrio, tedeschi che fumano lungo le scale, inglesi e norvegesi di ritorno da un’escursione in montagna gocciolanti di neve e fago dappertutto, alcuni russi, che bestemmiano come turchi, in arrivo su uno sfasciato landò [un tipo di carrozza], seguiti da una carrozza carica di bagagli come se dovessero ammobiliare una casa, seguiti da una truppa di ragazzini in grande agitazione. L’albergo è pieno di ragazzi di tutte le età, presenti in tutte le taglie. Al mio ingresso un gruppo di inglesi con le valigie in mano ostruisce il corridoio. Stanno litigando per il conto.»[27]

Queste sono le impressioni di Frances Elliot una giornalista appena arrivata al Timeo nel 1874 e che si trova in Sicilia per  redigere un reportage destinato al pubblico inglese. Il duro giudizio della inglese serve da cartina di tornasole delle difficoltà degli albergatori dinnanzi ad una domanda crescente di camere da parte dei viaggiatori. È in quell’anno che il proprietario Ciccio La Floresta allarga la struttura acquistando degli immobili adiacenti e costruendone di nuovi, dotando l’albergo di una terrazza panoramica che permetteva di godere della vista dell’Etna, del mare e del teatro.

Nell’età favolosa del turismo, il Timeo divenne il ritrovo di una élite europea ricercata, raffinata e variegata che stringe legami di amicizia con la famiglia La Floresta. E sono gli ospiti che regalano  arredi o stoviglie o barattano quadri  in cambio di ospitalità.

In pochi anni aprirono i battenti diverse strutture alberghiere sia da parte di Taorminesi, i Marziani realizzano l’Hotel Vittoria, i Paladino, l’Hotel Metropole, i Siligato l’Hotel Castello a Mare e l’hotel Naumachie, i Bambara il Belvedere e il Diodoro, i Bottari il Grand hotel International e gli Sciglio l’hotel Bristol; gli stranieri la signora olandese Brevée il San Pancrazio, gli inglesi Trewhella l’hotel Villa Sant’Andrea, una danese la signorina Morgensen la pensione Schuler e Villa San Pietro, un colonnello inglese costruisce Villa San Giorgio.

L’apice del successo di Taormina si raggiunge però con l’apertura pochi anni dopo del San Domenico, un antico monastero riconvertito in un albergo di lusso dal principe di  Cerami rientrato da poco in possesso della struttura. La costruzione era stata residenza della famiglia Rosso d’Altavilla ed era stata prima riadatta a convento e poi nel 1430 donata da un frate domenicano discendente dei Rosso al suo ordine monastico. Nel 1863 doveva essere incamerato dallo Stato secondo i termini della legge contro la “manomorta” ma in virtù del testamento del frate Damiano se i frati avessero mai dovuto lasciare il convento allora la famiglia  Rosso sarebbe rientrata in possesso dell’immobile.  Erede dei Rosso d’Altavilla il principe di Cerami curò con cura la restaurazione e la riorganizzazione degli spazi da monastero a albergo diventando la prima struttura della città.

Grazie anche al completamento della linea ferroviaria Catania-Messina nel 1866-1867, in questi due hotel di eccellenza alloggiavano i numerosi tedeschi attratti dal mito della Sicilia, ma anche inglesi, francesi e in misura minore italiani. Questi luoghi di eccellenza erano pronti ad accogliere una clientela raffinata e variegata composta da artisti, capitani d’industria e teste coronate di mezza Europa che consacrarono Taormina come meta d’élite.

 Il ritorno economico degli investimenti fu notevole grazie ad un afflusso sempre crescente di turisti che diede vita ad un giro d’affari con numeri da capogiro. Nella cittadina siciliana si passava il tempo non solo contemplando il meraviglioso paesaggio o le straordinarie scoperte archeologiche: escursioni in carrozza nei paesi limitrofi, feste da ballo negli splendidi saloni degli alberghi, oppure al circolo dei forestieri e al Teatro Margherita.

Una prima interruzione del sogno taorminese fu la prima guerra mondiale che modifica le abitudini dei turisti che da un lato accorciarono i loro soggiorni mentre nuove classi sociali, la media e piccola borghesia, si affaccia sulla scena: nasce così il turismo delle carovane. Associazioni, Touring club italiano e scuole iniziarono ad affollare le strette vie della città, lasciando ben poco in termini economici agli imprenditori.

Con il secondo conflitto mondiale muta definitivamente il consumo turistico: nasce il turismo di massa. A Taormina, gli imprenditori si attrezzarono costruendo moltissime strutture sulla piccola terrazza sul mare, con grande scempio urbanistico e del paesaggio[28]. Grandi eventi culturali di rilevanza internazionale mantennero il prestigio della località, come il cartellone del teatro antico, i Festival del cinema e i David di Donatello. Treni e voli charter portarono a Taormina un numero sempre crescente di turisti almeno fino al picco del 1977. Di fronte al calo delle presenze, gli imprenditori del settore si riorganizzarono costituendo una cooperativa, la Cata, che grazie alla dislocazione di vari uffici in Italia e all’estero si occupava dello stoccaggio e vendita di posti letto[29]. Un gruppo imprenditoriale attivo e capace e uno scenario unico sono state le chiavi per il successo del turismo a Taormina.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] J. B. Labat, Voyages du P. Labat,... en Espagne et en Italie, voll. 8, Paris 1730.

[2] Domenicano a 30 anni aveva intrapreso la vita missionaria nelle Antille, dove però più che dedicarsi alla conversione dei caraibici aveva preferito unirsi ai corsari.

[3] Jacobi Philippi d'Orville Sicula;quibus Siciliae veteris rudera additis antiquitatum tabulis illustrantur, voll. 2, Amsterdam 1764.

[4] J. H. von Riedesel, Reise durch Sizilien und Großgriechenland, Zurich 1771.

[5] Non è nell’economia di questo lavoro rendere conto della vasta letteratura odeporica esistente sulla Sicilia. Una schedatura dei principali viaggiatori stranieri nell’isola è peraltro stata compilata da Salvo Di Matteo in Viaggiatori stranieri in Sicilia dagli Arabi alla seconda metà del XX secolo, voll. 3, Istituto siciliano di studi politici ed economici, Palermo 1999-2000.

[6] Hélèn Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, Sellerio, Palermo 1988, p. 13.

[7] Su questi temi v. E. J. Hobsbawm, Il trionfo della borghesia (1848-1875), Laterza, Roma Bari 1975.

[8] Solo recentemente la storiografia ha posto attenzione ai viaggiatori italiani, v. ad esempio il contributo di L. Clerici (a cura di), Il viaggiatore meravigliato. Italiani in Italia, Il Saggiatore, Milano 2008.

[9] A. Berrrino, Storia del turismo in Italia, Il Mulino, Bologna 2011, p. 14 e ssg.

[10] M.L. Bonica Santamaria, Il termalismo in Sicilia, in «Archivio Storico Messinese»,  vol.82, a. 2001, pagg.21-104.

[11] Lo stabilimento originario fu costruito attorno al 1847 a spese del Duca di Bivona, della famiglia Ferrandina, una frana rovinò sull’edificio il 19 marzo 1851 e fu ricostruito nel 1857. La struttura ha subito diversi lavori tra il 1940 e il 1970, oggi è di proprietà del comune e non è accessibile al pubblico. http://www.comune.sclafani-bagni.pa.it/. Nicolò Cacciatore, Viaggio ai bagni minerali di Sclafani, in «Giornale di Scienze lettere e arti per la Sicilia», n. LXX, 1828; Raffaello Cappa, Dell'analisi chimica e delle proprietà medicinali dell'acqua termo-minerale di Sclafani, Napoli, 1847 (sec. ed.); Pietro Calcara, Memorie geognostiche e mineralogiche, in Atti della Accademia di scienze, lettere e arti di Palermo, v. I, 1845; Vito Maria Amico, Dizionario topografico della Sicilia, ad vocem, vol. II, Palermo, 1856; Guglielmo Jervis, Guida alle acque minerali d’Italia, vol. I, 1876, pp. 235-237; A. Furitano, Analisi delle acque termali di Sclafani, di Cefalà, Diana di Termini, e di quelle non termali di Bivuto, in «Giornale di scienze, letteratura ed arti per la Sicilia», t. XI, anno III, lug.-sett, 1825, pp. 47-52;

[12] «I Bagni minerali più rinomati sono quelli di Termini, a miglia 24 da Palermo; quelli di Sclafani, a miglia 16 da Termini verso Scirocco, a miglia 40 da Palermo; quelli di Sciacca, ad un miglio di essa città verso Ponente a pie del Monte di s. Calogero a miglia 64 da Palermo; quelli di Cefalà , a tre miglia da Ogliastro sul cammino della vettura corriera da Palermo a Messina, a miglia 16 da Palermo; quelli di Alì, a miglia 215 da Palermo , sul cammino della vettura corriera da Palermo a Messina, ed a miglia 14 da Messina trovasi la marina di Alì, ed a Ponente di essa in una delle colline del mare Scuderi la comune di Ali, ove sono dei Bagni assai ricercati; quelli Segestani, tra Segesta, Calatafimi, e Castellammare, Antiche Terme» in F. Arancio, Guida Statistica su la Sicilia e sue isole adiacenti con carta coroidrografica doganale statistica, Palermo 1844, p. 128

[13]  All’elenco precedente si devono aggiungere le Terme di Acireale, le terme di Acqua pia a Montevago, le Terme Vigliatore a Parco Augusto

[14], C. Cosentini, Cento anni con le Terme Santa Venera ad Acireale, in «Memorie e Rendiconti. Accademia di Scienze Lettere e Belle Arti degli Zelanti e dei Dafnici», serie II,  vol.III, 1973,

[15] Nel 1951 le terme vennero acquistate dalla Regione Siciliana. Nel 1987 nella frazione di Santa Caterina è stato realizzato un secondo stabilimento, denominato Terme di Santa Caterina.

[16] In occasione del centenario della costruzione è stato pubblicato un volume. Massimiliano Marafon Percoraro, L' antico stabilimento balneare di Mondello, Krea, Palermo, 2009.

[17] Nothing can be more execrable than the generality of the Sicilian inns but if the accommodations be poor it must however be allowed that the provisions are remarkably cheap. Indeed the guards take great care to prevent impositions upon the travellers under their charge or at least suffer no one to exact an unreasonable price but themselves They have an ounce or eleven shillings a day for their own attendance though they can think an innkeeper sufficiently paid for the dinners of eleven men and of ten mules and horses with a less sum than half a guinea The present state of Sicily and Malta, extr. from mr. Brydone, mr. Swinburne, and other modern travelers, p. 33

[18] P. Brydone, Travel in Sicily and Malta, 1848,  p. 43

[19] F. Calandruccio, Beehive. Oltre un secolo di attività turistica di Taormina, Palermo, Quattrosoli, 1993.

[20] «Annali di ricerche e studi di geografia» , Volumi 18-19, 1 gennaio 1962, pp. 87-92

[21] Sulla legislazione borbonica sulle antichità di Taormina v. Muscolino Francesco, La «conservazione» dei monumenti antichi di Taormina (1745-1778),  «Mediterranea», anno VIII, aprile 2011, pp. 161- 184

[22] Sull’argomento v. anche Vincenzo Di Giovanni, Ordinamenti Regii sul Castagno dei Cento Cavalli e sulla conservazione delle antichità di Taormina nel secolo XVIII, «Nuove effemeridi siciliane», s. III, V (1877), pp. 140-146.

[23] Il testo dell’ordine riguardante Taormina, noto da tre copie manoscritte conservate nella Biblioteca Comunale di Palermo è riportato integralmente dall’autore, v. F. Muscolino, La «conservazione» dei monumenti antichi di Taormina (1745-1778),  «Mediterranea», anno VIII, aprile 2011, pp. 163

[24] Ivi, p. 164

[25] Successivamente con un bando del 1777 il successore del duca di Santo Stefano, don Ignazio Cartella impone il divieto di danneggiare i monumenti scoperti nel teatro, quello di prelevare materiali per riutilizzarlo in altre costruzioni e infine  di far pascolare o utilizzare come ricovero per le bestie delle parti del teatro ma non prescrive delle pene precise in caso di violazione.

[26] Per la trasformazione di Giardini v.  G. Barone, Giardini nell'Ottocento: da borgo "industrioso" a polo agro-industriale, in D. Ligresti (a cura di), Giardini. Dalla formazione del borgo ai primi decenni del comune autonomo, Atti del Convegno Il Nord-Est della Sicilia e la costituzione di Giardini in Comune autonomo,  Giardini, 4 maggio 1997, Edicom, Rho 199, p. 96 e ssg.

[27] Cfr. F. Elliot, Milady in Sicilia, Palermo 1987, pp. 30-31. cit. in T. Roccuzzo, Taormina, l’isola nel cielo. Come Taormina divenne Taormina, Maimone, Catania 1992,  p. 90

[28] G. Restifo, Taormina. Da borgo a città turistica, Sicania, Messina, 1996, p. 244

[29] P. Battilani, Vacanze di pochi, vacanze di tutti : l'evoluzione del turismo europeo, Il Mulino, Bologna 2001, pp. 272-277

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